Approfondimento Etica Arte
Di Arte si è parlato e scritto sempre molto, tentando sempre, non solo di definire questa attitudine sostanzialmente umana (che congiunge idealmente la fisiologia alla spiritualità dell’essere) ma soprattutto di porre dei confini al suo ambito, così come ha sottolineato l’antropologo Ugo Fabietti, affermando che la storia dell’umanità sembra essere stata sempre accompagnata da un continuo processo di costruzione di confini e del loro continuo sconfinamento. Però quello che mi interessa avvalorare in questo contesto è che non tutto è Arte alla fine, esistono pericolosi eccessi propagandati come tale, che utilizzano anche meccanismi psico/linguistici dei quali si dovrebbe conoscere maggiormente la funzione per una lettura più obiettiva … Non potendo approfondire qui questo interessante aspetto della conoscenza, citerò un autore che si esprime chiaramente in tal senso – Jean Clair nel libro “De Immundo” (Abscondita, 2016) nel quale esprime la sua tesi di fondo, cioè che il disgustoso e l’abbietto sono divenute categorie privilegiate dell’arte di oggi e, fatto ancora più inquietante, che questo tipo di arte viene accolta favorevolmente, a volte anche dalle Istituzioni, ricordando il manierismo tipico adottato in genere dall’arte di regime.
Poi dobbiamo necessariamente porci il problema fondamentale, oggi drammaticamente salito alle cronache ed in parte eluso alla consapevolezza dei più, che esiste un “Potere delle immagini” argomento per esempio esaminato da David Freedberg (Einaudi 2009) che approfondisce i rapporti che intercorrono tra le immagini e le persone, analizzati nella loro dimensione storica. Egli, tra l’altro, prende in seria considerazione l’importante scoperta di Nelson Goodman secondo il quale le emozioni funzionano in maniera cognitiva, quindi le funzioni dell’Empatia – ricerca approfondita dalle ultime ricerche sui Neuroni a specchio – forniscono la prova che questi abbiano un ruolo fondamentale nelle risposte visuomotorie alle immagini e nel modo in cui la vista è trasformata, non solo in risposte motorie, ma anche tattili. Come sottolinea Horst Bredekamp nella sua teoria dell’atto iconico in “Immagini che ci guardano” (Cortina editore 2015) citando Aristotele della Retorica, afferma che la forza intrinseca di un’opera “l’enargeia” (in greco antico ἐνάργεια) ha la capacità di legare a sé lo spettatore, arrivando perfino a togliergli la libertà.
C’è quindi tutto un mondo da scoprire e del quale parlare, soprattutto nel lavoro necessariamente onesto (anche se a volte inconsapevole) degli artisti di unire un linguaggio simbolico (un proprio stile che scaturisce dalle esperienze visive proprie e dell’intera umanità registrate dall’inconscio) fissandolo in forme che ci parlano in modo complesso e ricco, stabilendo un legame profondo con chi guarda. Poi basta immergerci questa volta nella complessità di un trattato come “Art and Visual Perception. A Psychology of the Creative Eye” (Feltrinelli, 1962) di Rudolf Arnheim per capire ed apprezzare la ricchezza espressiva di opere visuali che non rispondono certo all’idea di bellezza corrente, ma nemmeno alla bruttezza della quale ci vogliono convincere. Sono opere ed immagini che ci attirano dentro e, senza il nostro permesso, ci trasmettono emozioni e sensazioni non banali, al di là e al di sopra di regole etniche e religiose, come per esempio le sculture che decorano le cattedrali romaniche e gotiche, oppure le famose maschere africane che ispirarono Picasso.
Dobbiamo per forza concludere che l’Arte oggi è sempre meno inquadrabile in categorie definite ma è ancora più necessaria a svolgere il suo ruolo di simbolizzare l’indicibile in un mondo dove le informazioni, in particolare le immagini, sono sempre più pervasive e soggette all’accelerazione temporale di un bombardamento estraniante ed estenuante, soprattutto attraverso i media digitali, che vanno a modificare non solo la percezione, ma anche la capacità attentiva, indebolendo, frantumando il pensiero progettuale e la memoria. Entrare nel mondo delle immagini non è mai stato innocuo, ma tentare un’operazione di simbolismo linguistico, strutturato sopra un Immaginario che confina con l’inconscio ed il sogno, non è sempre pericoloso ma in qualche modo anche terapeutico, come è stato ampiamente dimostrato.
E’ importante infine accennare al significato che può avere la parola “bellezza”, ma non per immergerci qui in un ulteriore complesso itinerario sociologico e linguistico, definitorio, storico ed ulteriormente complicato dalla variabilità dei dettami di mercato del Sistema dell’Arte. Quante volte abbiamo sentito la frase “la bellezza salverà il mondo”? Magari a sproposito e senza citare l’autore, oppure solo per vituperare un concetto non molto chiarito, sotteso ma ipotizzato coniugarsi con il banale, addirittura il kitsch, il buonismo, il cattivo gusto; una cosa che farebbe rigirare nella tomba anche Fëdor Dostoevskij, con la sua creatura, il principe Myškin.
E’ ormai grave infatti la nostra immersione in una mondo in cui la “bruttezza” o l’insignificanza definitoria si avvale di una tolleranza che confina con l’indifferenza, che produce però il veleno di un’aggressività pulsionale alla ricerca di un qualsivoglia oggetto che ci rappresenti in tutta la nostra confusione esistenziale. Giunti nell’epoca della Metamorfosi digitale, il cosiddetto Postmoderno ci ha abituato ad una complessità a volte misteriosa perché relativa all’esasperazione dei vecchi concetti, in qualche modo fino a tollerare i loro contrari come parte di un sistema circolare, ma persecutorio, rassegnato e come svuotato, almeno riferendosi alle società dette democratiche occidentali, economicamente e tecnologicamente sviluppate. Non sappiamo ancora come potremo diventare, pur essendo consapevoli che il termine “bellezza”, oltre ad essere un prodotto culturale, quindi una “variabile” (si legga Umberto Eco che ha scritto ben due opere sulla Bellezza e sulla Bruttezza) ci invita anche riflettere sulle sue coniugazioni filosofiche, morali ed estetiche sul suo ruolo nell’arte, nell’etica e nella spiritualità, verso una sorgente di speranza ed un mezzo per l’educazione sentimentale.
Viviamo anni di disorientamento, sbigottiti da disastri epocali e dal ritorno di guerre, genocidi, armi nucleari e ricordiamo frequentemente il significato del termine Antropocene, indicante l’epoca geologica attuale, coniato negli anni ottanta dal biologo Eugene F. Stoermer – adottata nel 2000 dal Premio Nobel per la chimica Paul Crutzen.
L’Arte nasce insieme alla magia, ma adesso questa facoltà artistica e creativa deve fare i conti con il mercato ed ancora con il consumismo e l’omologazione. Un processo economico per il quale una cosa o una persona va perdendo le proprie caratteristiche e i comportamenti peculiari, uniformandosi alle tendenze dominanti o di mercato, per cui ci siamo abituati ormai ad accontentarci, ad adattarci (per sopravvivere) al brutto, al banale, ai brividi emozionali dell’orrido, dell’angoscia, così come per il cibo, colorato e piccante per ingoiare ciò che non ci piacerebbe, se ne sentissimo l’odore ed il sapore reale.
Allora leggiamo infine quanto scrive Philippe Daverio nel piccolo/grande saggio scritto poco prima della sua morte “Che cos’è la bellezza? Una lezione di storia dell’arte” (Solferino 2022). Lui, ripartendo proprio da “La bellezza salverà il mondo”, ci dice che saremmo noi a doverci preoccupare di “salvare la bellezza”, interrogandoci anzitutto su che cos’è davvero e che cosa rappresenta per noi, per spiegare perché la bellezza porta con sé non solo un aspetto estetico, ma anche un imprescindibile valore etico.
Ecco perché l’Arte resiste in qualche modo al tempo ed anche alla nostra distruzione, perché sappiamo tutti quanto sia importante liberarsi dall’ossessione del contingente ed aprire nuovi spazi di simbolico, andando oltre la magia ipnotica delle pulsioni più primitive, dando loro un senso diverso ed interpretarle, coniugandole con lo spirito del tempo. Lo stesso Freud oppure D. W. Winnicott hanno definito la creatività come esplorazione di uno “spazio transizionale”, individuando negli artisti la capacità di navigare nelle acque profonde dell’inconscio, per poi riemergere con un messaggio originale, che conservi la dimensione dello spazio e del movimento, storicizzato nel tempo della società a cui si riferisce ma anche, sorprendentemente, che anticipa eventi epocali ed anche concetti innovativi della dimensione scientifica.
Uniamoci quindi al proponimento per una vera mutazione, una emancipazione della mentalità umana per una più idonea alla sopravvivenza del nostro Pianeta, poiché siamo in una società democratica solo in virtù del nostro essere morali e disposti a prendercene l’onere e la responsabilità, con cura e leggerezza, poiché l’atto morale è l’antitesi del potere e della sua logica violenta.
