Il virus della discriminazione

Gli investimenti necessari perché nessuno resti indietro

(di Massimo De Simoni)

Il Coronavirus sta inquietando le nostre vite e ci costringe ad un allontanamento interpersonale anche nel ristretto cerchio di prossimità familiare. Il virus colpisce noi e le nostre libertà prescindendo dalla condizione sociale o lavorativa e – in questa seconda fase – anche dall’età e dallo stato di salute.

Tra i danni sociali che il virus produce va certamente annoverato anche quello della discriminazione tra chi si trova in una posizione garantita in termini lavorativi ed economici e chi invece vive una condizione di precarietà e di incertezza per il futuro.

Inutile dire che le iniziative messe in campo dal Governo a ristoro dei mancati guadagni sono considerate sempre insufficienti ed hanno dato vita ad una specie di sport nazionale nel quale in troppi si esercitano nel dire cos’altro si sarebbe dovuto fare meglio e prima; ma sappiamo che il mestiere del commentatore è tra i più comodi che esistano.

Qualcuno ha maldestramente tentato di introdurre anche una discriminazione tra i deceduti, a seconda che si trovassero o meno nella condizione di essere “produttivi”; ma su questo non vale neanche la pena di attardarsi in valutazioni che risulterebbero comunque insufficienti ad esprimere il disgusto per cotanta imbecillità.

Un’altra discriminazione il virus la genererà tra chi sarà e chi non sarà in grado di connettersi con l’inevitabile cambiamento che verrà determinato dalla pandemia; un cambiamento che in molti casi produrrà anche dei vantaggi per la comunità in termini economici ed ambientali. Nessuno di noi sa esattamente quando e come saremo fuori dal tunnel pandemico, ma sicuramente non si tratterà di un semplice e banale ritorno al “come eravamo…” e la capacità di adattamento alla repentina e forzata – ma irreversibile – conversione all’innovazione tecnologica ed alle nuove modalità lavorative e produttive sarà lo spartiacque tra chi riuscirà ad essere competitivo cogliendo le nuove opportunità di crescita e chi invece resterà aggrappato a vecchi modelli organizzativi.

Da ciò ne potrebbe derivare un’ulteriore discriminazione, perché questo adeguamento tecnologico richiederà degli investimenti economici e formativi che potrebbero creare difficoltà nei settori più deboli del mercato e della società; su questo aspetto è quindi importante che lo Stato investa, anche nell’ambito del Recovery Plan, le risorse necessarie per generare una crescita complessiva del Paese affinché nessuno sia lasciato indietro.

Deve essere questo l’obiettivo di un sano intervento pubblico e di un altrettanto sano indirizzo di buona politica, per evitare delle nuove possibili discriminazioni.

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