L’assalto di Washington, una lezione per tutti

(di Massimo De Simoni)

Quanto accaduto negli Stati Uniti a Capitol Hill con l’occupazione dell’aula parlamentare è un fatto grave che racconta un finale brutto e penoso dell’amministrazione Trump uscita sconfitta dalle elezioni del novembre scorso.

L’inquietudine dell’inedito episodio non è certo creata dall’anacronistico vichingo (con tanto di corna!) che si aggirava per i corridoi del palazzo parlamentare, quanto dal fatto che nel ventunesimo secolo in una grande democrazia occidentale un leader politico possa immaginare di incitare la folla per spingerla ad assaltare l’assemblea dei rappresentanti eletti dal popolo.

Probabilmente non è neanche casuale che l’assalto si sia verificato proprio nella giornata in cui Trump ha dovuto prendere atto di aver perso le elezioni nei due collegi della Georgia e con esse anche la possibilità di condizionare l’attività della nuova amministrazione guidata da Biden.

E’ un fatto che merita di essere condannato con fermezza, senza mezzi termini e indipendentemente dalla collocazione politica di destra o di sinistra; non a caso anche negli USA i maggiorenti del Partito Repubblicano si sono affrettati ad esprimere la loro netta condanna di un fatto che – come ha detto testualmente l’ex Presidente Bush – è da “repubblica delle banane” più che da paese democratico occidentale. L’atteggiamento irresponsabile di Trump ha determinato il ritardo nell’intervento della Guardia Nazionale con tutto ciò che ne è seguito; la Guardia Nazionale è poi stata chiamata dal Vice Presidente Pence che ha colto l’occasione per prendere (anche lui) le distanze da Trump, favorendo il riconoscimento della vittoria di Biden da parte del Parlamento e assumendo di fatto il ruolo del repubblicano responsabile, rispettoso delle istituzioni e delle regole della democrazia; un ruolo forse utile in futuro allo stesso Partito Repubblicano statunitense che potrebbe rimanere segnato da questo grave episodio.

Da quanto accaduto a Washington dovremmo trarre degli insegnamenti; il primo tra tutti è che la democrazia non si può dare per scontata in nessun angolo del mondo; il secondo riguarda la pericolosità del populismo, della disintermediazione dei rapporti politici e sociali, di una politica che mette in relazione diretta il leader ed il “suo popolo” creando spesso pericolosi fenomeni di fanatismo.

Una riflessione va fatta anche sul piano interno in un momento di fibrillazione politica nel quale sembrano spesso sottovalutati i rischi di derive autoritarie; è opportuno riordinare le priorità, mettendo da parte particolarismi e protagonismi di ogni genere per rimettere al centro gli obiettivi e gli interessi di carattere generale. Dobbiamo soprattutto non dimenticare che nella storia dell’uomo la democrazia è una parentesi e sta a noi riconquistarla e legittimarla ogni giorno.

 

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