(di Massimo De Simoni)

 

Mi scuso preventivamente con chi avrà la bontà di leggere questa nota, per il titolo scelto e per un’affermazione scontata – se volete perfino banale – che per alcuni risulterà essere una inutile riaffermazione di quanto già scritto nella Costituzione.

Ma quel che è seguito al voto del Senato sulla vicenda giudiziaria di Salvini (per il fermo della nave Gregoretti) merita un chiarimento, visto che la vulgata scomposta di questi giorni ha spesso partorito titoli strampalati che parlavano “tout court” di condanna o processo che il Senato avrebbe fatto all’ex Ministro dell’Interno.

Merita un chiarimento perché deve essere chiaro che il Parlamento non è un tribunale che giudica per condannare o assolvere i parlamentari.

Al Parlamento – in questo come in altri casi – spetta la sola decisione di consentire alla magistratura di effettuare le indagini necessarie ad appurare se il soggetto indagato ha violato delle norme; il giudizio (se giudizio dovesse esserci) spetterebbe poi al tribunale che sarebbe chiamato ad esprimersi con una sentenza al termine di un giusto processo con tutte le garanzie previste dalla nostra Costituzione per ogni cittadino.

Se l’ex-ministro non ha violato alcuna norma il processo potrebbe anche non iniziare affatto, se invece con il suo comportamento avesse violato delle leggi non si capisce per quale recondito motivo dovrebbe essere sottratto al giudizio della magistratura al pari di qualunque altro cittadino italiano; e questa valutazione non può essere affidata a giornali o talk show, ma deve essere svolta dagli organi che amministrano la giustizia. L’appartenenza alla “casta” dei politici non è un motivo sufficiente per poter derogare impunemente al rispetto delle leggi. Questa vicenda ha un importante valore simbolico perché serve a stabilire se un ministro (pro-tempore) può agire anche in violazione delle leggi vigenti, le stesse leggi approvate (e implicitamente confermate, se non abrogate) dal Parlamento che ha dato la fiducia al governo del quale è componente.

E’ una vicenda emblematica del principio di separazione dei poteri in un  sistema democratico. Serve a ricordarci che per parlare di “democrazia” non basta che ci siano delle elezioni ogni cinque anni; le elezioni a suffragio universale sono infatti un elemento necessario ma non sufficiente affinché un sistema si possa definire compiutamente democratico.